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SAGRA DELL'UVA

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Come vuole una consolidata tradizione, la prima domenica di ottobre Zagarolo celebra la Sagra dell'Uva.

La data di nascita, almeno nella forma che conosciamo, risale al 1930.
La conferma più attendibile sull'autenticità di questa data è stata trovata nella delibera 147 del 29 settembre 1933 del Podestà Luigi Pizzari. Questo è il testo integrale:

"Ritenuto che l'8 ottobre verrà celebrata in questo Comune, conforme alle direttive del regime, la IV Sagra dell'Uva, festa che a Zagarolo va sempre più affermandosi per la cooperazione spontanea e il grande entusiasmo della popolazione eminentemente agricola, che l'unica risorsa ha nella vigna:
Ritenuto che per detta festa il Comune va incontro a spese non lievi... che è opportuno e necessario faccia carico, in gran parte, il bilancio comunale, dato le condizioni affatto floride di questi cittadini, fatte note in diverse occasioni, alle superiori autorità:
Ritenuto che può destinarsi per l'oggetto il fondo di L. 1.500, stanziato all'ari. 5, che verrà quest'anno economizzato per la soppressione del Concerto Comunale delibera disporre per le spese della IV Sagra dell'Uva, che verrà celebrata I'8 prossimo, la somma di L. 1.500 da prelevarsi dall'art. 5 (spese feste nazionali, ecc.) ove sono disponibili L. 1.587. Letto approvato e sottoscritto. Il Podestà Luigi Pizzari". (VIDEO SAGRA DELL'UVA 1933)

Una lunga interruzione, dall'anno 1940 al 1952 (circa), fu causata dai noti eventi bellici prima, e dalla stasi della ricostruzione poi. Possiamo pertanto affermare che la nostra "Sagra" compie quest'anno ben 67 anni. 

Ci si potrebbe domandare: perché "Sagra" e non festa dell'Uva? La risposta nel termine stesso di "Sagra". Esso è l'evoluzione volgare del termine dotto "Sacra", che i Latini usavano per indicare cerimonie sacre celebrate con solennità in particolari ricorrenze e che, con l'avvento del cristianesimo, si cominciò ad usare per indicare una solenne festa, per commemorare la fondazione o la consacrazione di una chiesa, o del Santo Patrono del paese, di una località, di una contrada, seguita da manifestazioni profane: fiere, mercati, giochi popolari.
Con l'evolversi della lingua il termine "Sagra" è stato sempre più usato per indicare la festa tendente ad esaltare un prodotto della natura; sagra delle castagne, del carciofo, del capretto, delle fragole, ecc.

Nel nostro caso il termine ha trovato quindi la sua naturale applicazione. Molte sono le manifestazioni popolari che nel coso dei secoli hanno voluto celebrare ed esaltare i prodotti della terra, generalmente accompagnate da riti propiziatori o religiosi. A questo proposito degne di menzio¬ne sono le "vinarie" (dal latino "Vinalia"), che i romani celebravano il 23 aprile, quando si cominciava a bere il vino della stagione precedente, e il 19 agosto quando l'uva cominciava a maturare. Non vanno inoltre dimenticate le "feriae latinae" che gli abitanti del Lazio antico celebravano in onore degli Dei accompagnandole con "solenni" sbornie.

Il cristianesimo, diffondendosi, trasformò generalmente queste celebrazioni in feste del ringraziamento per il nuovo raccolto, ma il tono profano, anche se mitigato, non venne mai meno. Pertanto le sagre hanno sempre più avuto il duplice aspetto di feste popolari religiose e profane, anche se oggi la progressiva scomparsa di valori tende a rimettere tutto in discussione.

Come accennavo all'inizio la nostra "Sagra" nacque nel 1931, per iniziativa di un folto gruppo di volenterosi. Nacque sul modello di quella di Marino, che la nota cittadina laziale già celebrava dal 1925, festa ideata dal noto poeta dialettale Leone Ciprelli al quale, in seguito, si aggiunsero altri nomi famosi come Trilussa, Ceccarius, Giulio Cesare Santini e Ettore Petrolini.

A quell'epoca, in Italia, fiorivano molte sagre o feste dell'uva e del vino, ma nel Lazio, dopo Marino, soltanto a Leprignano e Veio tali feste godevano dell'appellativo di "Sagra". Quando in seguito si aggiunse quella di Zagarolo, queste due ultime si esaurirono mentre negli anni successivi alla seconda guerra mondiale comparvero quelle di Mentana, Velletri, Colonna, Lanuvio, Tolfa e Torrice.

Per chi ha conosciuto fin dalla sua nascita la Sagra dell'Uva di Zagarolo, è forse inutile sottolineare che questa suscitò presto un entusiasmo popolare tale da non trovare l'uguale in altre manifestazioni; ciò non sfuggì al "regime" che ben presto la adottò affidandone la gestione all'Opera Nazionale Dopolavoro.

Questo coinvolgimento però, mentre per qualche verso fece assumere alla festa il tono caratteristico delle manifestazioni propagandistiche del regime, con la partecipazione di personaggi politici, ne favorì al tempo stesso la notorietà attraverso la stampa, la radio, e con l'istituzione di concorsi di carri allegorici ai quali Zagarolo partecipò regolarmente, in concorrenza con altri Comuni del Lazio. Questi concorsi si concludevano a Roma, in Piazza di Siena, con sfilate alla presenza di autorità e di una folla numerosa. A questi concorsi, Zagarolo, vinse numerosi premi.

E' bene però precisare che nella nostra città, l'entusiasmo per questa simpatica festa non era soltanto il frutto della propaganda del regime ma che, come vedremo in seguito, aveva radici ben più profonde. La coltura della vite aveva infatti, a Zagarolo, una storia consolidata da secoli di lavoro e sacrifici.

A questo proposito è bene ricordare che mentre la coltivazione della vite era praticata con altre colture agricole fino al XVI secolo, da questo periodo in poi divenne la coltura principale, se non l'unica, dalla quale la popolazione traeva il principale mezzo di sostentamento.

Man mano che il territorio passava dalla proprietà del Principe Rospigliosi a quella del cittadino, veniva trasformato il vigneto. La popolazione ne andava orgogliosa perché la coltura della vite, sulle colline del nostro territorio, rendeva molto di più dell'agricoltura in genere e della pastorizia. Verso la metà del 1800 i nostri vigneti producevano in media "7-800 botti" di vino.

Il secolo XIX può essere ricordato come il secolo della "febbre della vite". Furono gradatamente abbandonate tutte le varie colture per far posto alle "vigne" che, nel corso di circa un secolo, occuparono gli angoli più remoti del terreno disponibile.

Purtroppo, non sempre fu una scelta felice, a volte fu dannosa, come quando furono utilizzati per le coltivazioni i versanti delle colline esposti a nord, ammantati di meravigliosi boschi di castani per far posto a nuovi vigneti che dettero soltanto vini scadenti. Nei primi anni del 1800 ebbe inizio la costruzione dei tinelli al posto delle vecchie capanne, e l'usanza di porre al di sopra della chiave dell'arco nella quale era inglobata la porta di ingresso, una lapide, spesso, un semplice frammento di pietra, con le iniziali del nome del proprietario e l'anno di costruzione (la più antica ritrovata risale all'anno 1825).
Nel sottosuolo, a confine con il tinello, furono costruite delle capienti cisterne nelle quali confluiva l'acqua piovana che rappresentava l'unica scorta disponibile per le comuni necessità degli agricoltori.

Nelle immediate adiacenze dei tinelli furono scavate, profonde nel terreno, le caratteristiche grotte con l'ingresso rivolto a nord, nelle quali veniva conservato il vino durante la stagione estiva.

Il vino di Zagarolo era molto conosciuto ed apprezzato tanto da competere validamente con quello più noto dei confinanti Castelli Romani. In occasione dell'Esposizione Universale di Vienna, dell'anno 1873, il Ministro dell'Agricoltura, Industria e Commercio, riconosciutane l'alta qualità, il 28 febbraio 1873, ne autorizzò la partecipazione in rappresentanza dell'Italia insieme ai vini di altre regioni.

L'entusiasmo per la coltivazione della vite diminuì, però, verso la fine del 1800 per la rapida diffusione della peronospera (malattia della vite proveniente dall'America dal 1878) e conosciuta con il nome di crittogama.

Questa terribile malattia che provocava danni incalcolabili all'economia locale si rivelò ben presto un vero flagello per la viticoltura.

I danni non si limitarono soltanto alla distruzione del raccolto in quanto i "vignaroli", notando una maggiore diffusione della malattia all'ombra, o nelle vicinanze degli alberi, e, sospettando che questi ne fossero la causa iniziarono a tagliare inesorabilmente le piante da frutto e particolarmente gli olivi, distruggendo in tal modo un patrimonio notevole: ciò naturalmente andò ad aggravare ulteriormente la già precaria economia locale.

Si può anche ritenere che la coltura dei bachi da seta presente a Zagarolo da epoca remota ebbe a cessare per l'abbattimento degli alberi di gelso, indispensabili per il loro nutrimento, come la chiusura del "montano" cioè del frantoio ubicato presso i locali ove ora trovasi l'Istituto Canossiano, ebbe a cessare per mancanza del raccolto delle olive.

Fortuna volle che alcuni viticoltori intrapendenti, avuta notizia che in Francia la malattia veniva combattuta con successo con la "poltiglia bordolese (soluzione di solfato di rame e calce), si decisero ad importarne dei quantitativi di prova ed iniziarono il trattamento delle viti malate. Il risultato fu tale che nel giro di qualche anno, l'uso di questo provvidenziale rimedio si diffuse largamente.

Da più parti tuttavia, emerse una certa diffidenza per un prodotto non conosciuto, le cui proprietà potevano nuocere sia all'uomo che alla vite. Ne fecero le spese i precursori che si trovarono in difficoltà a vendere il vino prodotto da uve le cui viti erano state trattate con questo prodotto. I viticoltori trovarono inoltre ostacoli, anche preoccupanti, a reperire mano d'opera (le cosiddette "opere") da adibire all'irrorazione dei vigneti con la provvidenziale soluzione di solfato di rame. Il trattamento delle viti si faceva a quel tempo spruzzando l'anticrittogamico sulle piante con una piccola scopa di saggina.

Nel giro di qualche anno, però, grazie alle assicurazioni degli esperti e alle esperienze personali, gli agricoltori si accorsero che le tracce di questo antigrittogamico rimaste dopo l'irrorazione sulla pelle e resistenti a l'acqua e sapone scomparivano strofinando semplicemente un pomodoro acerbo sulla parte macchiata o nei casi più ostinati usando un po’ di aceto.

In seguito nacque un nuovo problema: l'acquisto di questo indispensabile antigrittogamico prevedeva il pagamento all'atto della conse¬gna, che doveva avvenire necessariamente nei mesi di aprile e maggio, quindi, con largo anticipo sulla vendemmia e sulla vendita del vino prodotto. I "vignaroli" più poveri, e di questi purtroppo ce ne erano molti, già provati a causa di cattivi o mancati raccolti, non potevano disporre dei capitali necessari a tale scopo. Intervenne allora la Pubblica Amministrazione che anticipava il denaro ma ne esigeva il rimborso a raccolto effettuato. Questa decisione fu presa anche per ovviare all'abuso di commercianti disonesti che facendo leva sulle necessità impellenti dei coltivatori, praticavano prezzi esosi.
L'acquisto del solfato di rame, però, fu per l'Amministrazione Civica fonte di notevoli disagi di natura economica e, per motivi vari, connessi all'immagazzinamento e alla conservazione del prezioso antigrittogamico.

Non mi sembra opportuno fermarmi oltre su questa vicenda; mi è sembrato utile però, accennarla per dimostrare che la produzione dell'uva e la sua vinificazione erano a quell'epoca di vitale importanza per l'economia locale tanto da costringere gli Amministratori a prendere decisioni che oggi sembrerebbero assurde.

In seguito a questi eventi, come se non bastassero le diatribe esplose nel Consiglio Comunale, un'altra "patata bollente" finì nelle mani di questo: i "vignaroli" esasperati dal flagello che li aveva ridotti in miseria inscenarono, nell'estate del 1903, una manifestazione violenta allo scopo di chiedere al Comune, che, per motivi di economia, riducesse lo stipendio ai propri dipendenti. Il bilancio comunale era stato compromesso dal mancato pagamento delle tasse di gran parte dei cittadini colpiti dalla crisi della viticoltura.

In seguito a questa manifestazione, l'Amministrazione, un pò per solidarietà o forse per timore del peggio, fu costretta, dopo burrascosa a-dunanza, a praticare una riduzione del 10%.

Dagli atti relativi da me esaminati, non risulta che il personale del Comune, danneggiato da questo singolare provvedimento, si sia opposto all'amara decisione. Quando era in ballo la viticoltura, tutto rientrava nella logica delle cose. Intervenne però, per loro fortuna, un decreto prefettizio che annullò la delibera il 22 maggio 1903.

Il flagello della peronospora non fu il solo a turbare la tranquillità dei "vignaroli": un'altra tragedia li colpiva periodicamente, la grandine che arrecava sempre danni più o meno consistenti, alternando la frequenza delle precipitazioni sui vari colli. Per un certo periodo il fenomeno delle grandinate divenne preoccupante sia per l'estensione che per l'intensità compromettendo sia il raccolto della stagione in corso che quello della stagione successiva. L'Amministrazione Comunale si trovò più volte ad affrontare tali problemi, qualcuno propose l'adozione dei cosiddetti "cannoni grandini fughi" già in uso in altre parti d'Italia con esito incoraggiante. Fu costituito pertanto un consorzio fra Comuni confinanti e nel giro di qualche anno furono istituite "stazioni" con batterie di cannoni che dovevano interveni¬re durante i temporali.

Le fonti da me consultate non riferiscono l'esito di questo "geniale" strumento di difesa ma, stando al racconto dei vecchi viticoltori, quando entravano in funzione le batterie "tremava" la terra, il cielo si oscurava per il fumo, ma la grandine molto poco intimorita da tanta reazione, continuava imperterrita a flagellare i ridenti vigneti. Si racconta che i cannoni non soltanto non riuscivano a scongiurare il pericolo delle grandinate, ma spesso venivano abbandonati nelle loro postazioni per esaurimento di munizioni. Pertanto le loro bocche minacciose rivolte verso il cielo, venivano riempite proprio di quella grandine che avrebbero dovuto annientare. Non potrei giurare sulla veridicità di questo racconto ma un fatto è certo, che questo "geniale" rimedio all'inclemenza del tempo fu presto abbandonato, anche se ripreso per qualche tempo con mezzi più moderni, negli anni 50 e 60.

Una prova lampante dell'inclemenza di questi fenomeni atmosferici la troviamo nel diario di un parroco vissuto in quegli anni difficili. Merita di essere letto per farsi un'idea più esatta dello sconvolgente fenomeno dal racconto di un testimone oculare. Eccone il testo integrale:

"Il giorno 26 settembre 1884 sarà per Zagarolo memorando. La mattina di detto giorno era piuttosto nuvoloso, ma verso le 10 si oscurò talmente l'aria che sembrava l'Ave Maria. Si intesero subito scrosciare i tuoni ed un rumoreggiare continuo. Suonarono tutte le chiese a tempo. Si corre con molto timore in chiesa. Si trovava in mia casa, pochi minuti prima. Antonio Pastorini. Facendo al suddetto conoscere il mio timore e lui mi fé coraggio di andare. Mi porto nella sacrestia, manifesto similmente il mio timore al Canonico Don Mariano Quaranta e lui, sempre faceto: "Che timore! Che timore! Mi diceva  e poi alla fin fine chi se la lecca se la lecca. Appena ciò detto, nell'atto di portarmi alla porta grande con il le¬gno della Santa Croce a fare il solito scongiuro, sento da tutte le parti come lanci di pietre lanciate nelle esterne parti della Chiesa, battere le porte e rompere di vetri. Tutto il popolo accorso, uomini e donne, fanciulli e fanciulle piangere, gridare e fuggire da tutte le parti, nelle Cappelle, nel Presbiterio, nella Sacrestia. Grossi chicchi battono in mezzo alla Chiesa. Io, a questa orribile scena, con il Sacro legno in mano rimango sbigottito fuori della sacrestia mentre mi incamminavo verso la porta grande. Non sapevo cosa fare. Fò un segno di Croce verso la porta dell'Altare Maggiore. Mi fò coraggio di intuonare le Litanie dei Santi, ma che? Non mi si risponde che con pianti grida e schiamazzi. Verso l'ultimo di esse, venendo a cessare l'orribile grandine si quieta ancora un poco il popolo, si termina. Ma quale fu la meraviglia di tutti nell'uscire, nel vedere mucchi di grandine di una grossezza mai vista. Tutti i coppi dei tetti e le finestre delle case triturate e tutto fatto in minutissimi pezzi e specialmente le case esposte a tramontana. Mi dicono che al principio di essa grandine era tanto grossa da mettere in pericolo la vita e veramente vi furono non pochi feriti, specialmente per chi si trovava nella campagna. Dopo due giorni vidi un povero uomo tutto illividito per le braccia e ferito nella testa. Ma Dio avesse voluto che tutto il danno fosse consistito in questo. Ha no! Povere nostre vigne, furono distrutte quasi tutte. Dico quasi tutte perché il tremendo castigo fu generale in tutto il territorio. Ma completamente distrutte furono quelle dei colli dell'Oro, del Pero, della Cascina, del Colle Farina, Mainello, Santa Maria in Fronte, della Palombara e Castel Vecchio. In questi colli furono le uve orribilmente annientate, distrutte senza poter nulla raccogliere. Inoltre distrutte viti, atterrati alberi e triturate canne. La raccolta specialmente nelle vigne di colle del Pero, dell'Oro, della Cascina era abbondantissima. Tanto sterminio non è stato giammai ricordato il simile. Nel colle San Pietro, in quel frangente, ebbe ancora il passaggio di una tromba marina, che arrecò non pochi danni, schiantando alberi, rovesciando capanne e qualche tinello danneggiandolo nel tetto. Prima del temporale molti attestarono di aver veduto in aria nuvoloni agitarsi in un modo stravagante da arrecare spavento. Altri affermare di aver veduto prima nella parte settentrionale una certa novità nelle nubi da non potersi spiegare. Altri ancora come una gran lastra di gelo e mi si afferma che lo stesso osservarono i Padri Gesuiti con i telescopi a San Pastore. I successi, specialmente nelle vigne furono molti e dei curiosi. Vi furono quelli che non facendo in tempo a rintanarsi nelle casette o tinelli, si rifugiarono nelle grotte o dietro gli alberi, altri gettarsi per terra scampandosi la testa. Tutti furono presi da grande spavento durante il terribile e impetuoso temporale che non pensavano ad altro che a raccomandarsi a Dio che li salvasse l'anima. Vi fu un tale Lorenzo Salvati fu Giacomo detto Lorenzino che entro il tinello della vigna del Loro gittatosi per terra a bocca sotto aspettavasi da un momento all'altro la morte. Ma cessata ogni cosa, si solleva, apre la porta, esce tutto impaurirlo e tremante e vede non più la vigna ma una vera desolazione, mucchi di grossa grandine che tutto aveva abbattuto, distrutto e triturato senza rimanere una vite, una canna libera. A questa terribile vista ripeté: "Consumatum est! Abbiamo subito, con pochi minuti, vendemmiato e di che fatta!" Povero uomo! Veramente non potè raccogliere un chicco d'uva. Questo giorno 26 ottobre dell'anno 1884 non si dimenticherà giammai più. Si porterà ai posteri per esempio.”

Malgrado le molte avversità, l'attaccamento degli Zagarolesi alla "vigna" non venne mai meno. A questo proposito si potrebbero citare vari esempi: uno dei tanti è che il miraggio della grande città auspicato dai contadini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, per gli Zagarolesi, Roma, non fece mai dimenticare a quelli che lo raggiunsero le proprie origini. Gli oriundi, pur avendo, per ragioni di lavoro, trasferito la propria residenza altrove, conservarono quasi sempre almeno un "fazzoletto" della proprietà dei loro avi, affidandolo spesso, per la coltivazione, a coloro che erano rimasti in loco. Il legame con la "vigna" e la convinzione che non vi fosse nulla di meglio era talmente radicata che è difficile poterne parlare. Mi limiterò, pertanto, a citare due esempi che mi sembrano emblematici.

In occasione della guerra coloniale d'Etiopia, un legionario Zagarolese, in partenza per il fronte, accompagnato alla stazione insieme ad altri commilitoni, fra i saluti, gli entusiasmi e gli evviva previsti dal rituale del regime, salito sul treno, cominciò a sventolare dal finestrino una "saettula" cioè una talea di vite per informare con orgoglio i presenti che l'avrebbe piantata in terra d'Africa. Il che mostra appieno che, nonostante il distacco dalla famiglia e dalle cose care, restava in lui l'orgoglio del "vignarolo". La cosa non finì qui: al suo ritorno, terminata la guerra, gli amici e parenti che erano andati ad accoglierlo alla stazione con la banda musicale, la prima cosa che disse fu che la "saettula avea pijato", cioè che la talea aveva attecchito ed aveva regolarmente germogliato.

Altro episodio degno di nota è il seguente:
Una giovane maestra di Palestrina, venuta per la prima volta ad insegnare a Zagarolo, il primo giorno di scuola, si senti rivolgere da un alunno la seguente domanda: «Sora mae' la té la igna tu?», Signora maestra possiedi una vigna tu?. La maestra rispose «No». A questa risposta si senti replicare: «E allora de che campi?», cioè e allora di che vivi?, qual'è il tuo mezzo di sostentamento? La giovane maestra rimase stupita e capì che per quell'ingenuo allievo l'unica fonte di ricchezza dalla quale trarre il proprio sostentamento, era la vigna. Mi creda il lettore, non sto raccontando barzellette, sono fatti realmente accaduti. Su questo argomento ci sarebbe molto da dire, ma per brevità mi limito a questi esempi che mi sembrano molto significativi per dimostrare il forte legame esistente tra i "vignaroli" Zagarolesi e le loro vigne.

Come noterà il lettore, quanto riferito prova che Zagarolo e le sue vigne sono sempre stati una cosa sola: l'unica fonte di reddito infatti, da tempi lontani fino all'inizio dell'ultimo conflitto mondiale è stata soltanto la coltura della vite.

Accennavo che la "Sagra" non fu un'invenzione del regime, come spesso si è creduto, ma fu, fin dall'inizio, l'esplosione di un atavico entusiasmo che non aveva mai trovato la scintilla che lo facesse esplodere; e la scintilla venne da Marino, anche se a Zagarolo assunse un tono e uno stile diversi. I marinesi, molto intelligentemente, puntarono sulla pubblicità del prodotto giovandosi anche della partecipazione di personaggi illustri, ai quali si aggiunse in seguito anche Remolo Balzani; questi era un magistrale interprete della canzone romana e precursore degli attuali cantautori, aveva anche un vasto repertorio di musiche e testi a volte scritti appositamente per la Sagra. A Zagarolo non si fece altrettanto. La "Sagra" fu quasi esclusivamente l'esaltazione di un prodotto, il compendio delle fatiche di un anno di lavoro, e, diciamolo pure, un fenomeno forse un pò troppo sentimentale.

Questa festa veniva celebrata con entusiasmo da tutti, grandi e piccini. La cittadina veniva trasformata in un vigneto con i classici tinelli, gli arnesi e le attrezzature da lavoro, con i filari di viti, alberi ed animali da cortile. I vicoli e le piazzette cambiavano letteralmente aspetto; la gente era orgogliosa di mostrare alla folla degli ospiti il suo tesoro più bello. Nelle piazze principali venivano solitamente eretti, progettati con largo anticipo, da un apposito comitato, monumenti allegorici inneggianti all'uva e al vino. Nel pomeriggio del giorno della festa si chiudeva la manifestazione con la grande vendemmiata: gli ospiti potevano prendere liberamente l'uva servita per gli addobbi e bere il vino che scaturiva da alcune fontane.

Particolare curioso, che rivelava un pizzico di orgoglio campanilistico: la banda locale, sempre presente a tutte le "Sagre", non suonò mai l'inno "Na gita a li Castelli" di Ettore Petrolini. La "Sagra" di Zagarolo aveva il suo inno ufficiale: «Zagarolo è un paese incantato», che non doveva confondersi con quello della "concorrenza".

Negli anni che seguirono l'ultimo conflitto mondiale, dopo una lunga interruzione, la "Sagra" cominciò progressivamente a cambiare volto. Lentamente scomparve l'usanza degli addobbi, dei filari di viti per le vie della città, la ricostruzione delle usanze e di luoghi di vita campestre. Al loro posto comparvero i carri allegorici, le orchestrine, i cantautori e le gare sportive, che non riuscirono mai però a conservare l'entusiasmo dei tempi passati: la nuova generazione stava cambiando gusto. L'interesse e l'amore per l'ambiente, per gli usi e i costumi e per le tradizioni andava man mano esaurendosi a solo vantaggio delle alternative che la emergente società edonistica offriva a piene mani presentandole sotto la maschera di esigenze sociali (discoteche, night).

A questa lenta trasformazione ha contribuito in misura determinante l'allontanamento dalla terra dei giovani che erano stati, da sempre, l'asse portante dell'organizzazione della festa. Quello che possiamo definire il fenomeno generale dell'abbandono della terra, a Zagarolo, non si fece attendere. Non va inoltre sottovalutata la consistente immigrazione di numerose famiglie provenienti da varie regioni, di altre usanze e culture, le quali non hanno sempre avuto il tempo di inserirsi in un contesto diverso da quello di provenienza. Pertanto la "Sagra dell'Uva", come altre feste locali, pur rispettando una collaudata tradizione, oggi è alla ricerca di nuovi stimoli e aggiornamenti, per restare valida in una società che non è più quella degli anni trenta. Bisogna comunque onestamente riconoscere che l'Associazione Pro-Loco, da alcuni anni, con grande interesse ed attenzione, sta cercando di adeguare le caratteristiche della festa alle esigenze della nuova generazione, conciliando, per quanto è possibile, la tradizione con il progresso. All'Associazione è oggi affidato il compito di un adeguamento per evitare che la nostra "Sagra", come tutte le feste popolari, diventi una ipocrita maschera sul volto di scomoda verità, oppure un'immagine stereotipata, sulla quale spesso si specula, confondendola con quella cultura contadina che va, purtroppo, progressivamente scomparendo. Questo è necessario anche per evitare che il folklore e le tradizioni si trasformino in una nuova sterile retorica

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